mercoledì 28 maggio 2014
IL CANE DI QUARTIERE
oggi parliamo del cane di quartiere che in tanti chiamano randagio ma che tutto sommato non lo è.il cane di quartiere a differenza di un normale randagio è ben integrato con la cittadinanza(anche se purtroppo c'è sempre qualcuno a cui non va giu che giri liberamente)se ne va a spasso tranquillo per la sua zona e generalmente non disturba altra gente con cani a passeggio.alcune volte lo fa puramente per questioni territoriali e questo disturba tali persone scambiandolo per un cane aggressivo che è totalmente un altra cosa.ma io sono dell'idea che il cane di quartiere serva molto sopratutto in zone abitate frequentate da branchi che possono essere pericolosi,la sua presenza nella zona li tiene lontani e questo le persone non lo capiscono.
altra cosa che mi preme dire e che a volte si insiste per cercargli una casa che loro assolutamente non vogliono,ho gia visto cagnolini che si stavano integrando benissimo con la gente della zona che se ne prendeva cura essere portati via con la scusa di trovargli casa ed ora dove sono???rinchiusi in un canile sperando che un giorno prima o poi ne possano uscire.
credetemi,il cane di quartiere è una figura in crescita nel nostro paese,accogliamoli come si deve,ve ne saranno grati e saranno contenti di vivere LIBERI
martedì 27 maggio 2014
DAL WELFARE AL WELL BEING un bell'articolo di Roberto Marchesini
DAL WELFARE AL WELL BEING "...Molte persone non si rendono conto di maltrattare il proprio compagno eterospecifico attraverso coccole, carezze e cibo..." di Roberto Marchesini Quando la Commissione Brambell fu chiamata a stendere delle coordinate di welfare animale in risposta alle giuste critiche che il libro di Ruth Harrison, "Animal Machine" (1964), aveva mosso in merito a come venivano trattati gli animali all'interno degli allevamenti intensivi - situazione che non era cambiata quando trent'anni dopo pubblicavo il mio saggio "Oltre il muro" - era ovviamente concentrata sulle prassi di stabulazione e gestione degli animali cosiddetti da reddito, in una logica non di mettere in discussione dette pratiche ma di migliorare le condizioni di vita degli animali negli allevamenti. Per questo fu conseguente soffermarsi sulle necessità di base o "libertà fondamentali" che dovevano venir assicurate agli animali. Anche se i dettati del Brambell Report, pubblicato nel 1965, grazie all'intervento di esperti nel comportamento come W.H. Thorpe, non trovarono di fatto una traduzione, ciò nondimeno rappresentano per quegli anni una piccola rivoluzione, anche perchè tra le diverse libertà di ordine fisiologico s'inseriva specifico riferimento all'espressione delle caratteristiche etografiche. Purtroppo con il tempo si è andata consolidando l'idea che fosse sufficiente assicurare a un'animale uno stato di welfare (dieta sufficiente e adeguata, riparo da intemperie, assenza di stress o di malattie, libertà dalla sofferenza e dalla paura) per dare benessere ovvero che welfare e benessere fossero la stessa cosa. Se associamo tale lettura al pietismo zoofilo e all'antropomorfismo tipico della cultura urbana della seconda metà del Novecento, ecco che sinonimo di benessere è diventato assenza da qualunque sollecitazione problematica, in pratica una sorta di gabbia dorata all'interno della quale racchiudere l'eterospecifico. Questo paradosso è stato peraltro peggiorato dall'approccio animalista degli anni '80 che, pur importante nella discussione degli "interessi animali" e nella proposta di assegnare all'eterospecifico lo status di "paziente morale", si è concentrato soprattutto su coordinate normative di astensione (cosa non bisognava fare) piuttosto che definire delle coordinate propriamente prescrittive (cosa bisognava fare) per assicurare il benessere animale. Si è consolidata pertanto l'idea che per assicurare il benessere fosse utile ed esaustivo liberare il soggetto dai carichi del vivere, ossia allontanarlo da qualunque condizione di stress. Ma così facendo ci dimentichiamo che il benessere si gioca su un punto di equilibrio dinamico (non omeostatico) tra entrate, in termini di gratificazioni e appagamenti, ed uscite, in termini di fatica, stress e quant'altro. Dal momento che non è possibile azzerare nella vita di un individuo le uscite, giacché stress, frustrazioni e fatica fanno parte della vita, è evidente che privarlo di entrate significa che inevitabilmente, nel giro di poco tempo, il saldo va in perdita. Se fosse vero che basta togliere le uscite per assicurare benessere, una zebra dello zoo dovrebbe essere l'animale più felice di questa terra. Ha sempre cibo assicurato, può dissetarsi ad libitum, è libero da infezione e infestazioni, non si trova a sopportare sofferenza fisica o paura, elementi stressori sono, tutto sommato, pochi... tutte condizioni che in natura non potrebbe certo ritrovare. Se le cose stessero veramente così, mettendo ipoteticamente lo zoo in rapporto diretto con la savana, dovremmo aspettarci che tutte le zebre dalla savana si trasferiscano allo zoo. Viceversa, l'unica zebra dello zoo si dirigerebbe senza dubbio nella savana. Ciò significa che uno stato di welfare non compensa una mancanza di espressione delle coordinate specie specifiche. Una considerazione che era ben chiara anche ai primi etologi. Qualunque animale è disposto a sopportare fatica, stress, fluttuazioni emozionali e - mi azzardo a dire in tutta sincerità - anche un po' di sofferenza fisica, pur di vivere una vita piena, ovvero di poter raggiungere i target previsti dal suo assetto motivazionale (il concetto di gratificazione) e poter esprimere fino a sazietà (il concetto di appagamento) le sue coordinate motivazionali. Ecco allora che l'analisi motivazionale - ossia l'inerenza, vale a dire ciò che è "proprio di quel soggetto" in relazione alla specie, alla razza e all'individuo - sta al centro di quel benessere animale proattivo (basato sul fare e non sull'astenersi dal fare) che viene chiamato well being e che, senza antropomorfismo, potremmo chiamare felicità di specie, ovvero ciò che qualunque soggetto caratterizzato da quei predicati naturalmente sceglierebbe di fare, perché è nella sua natura, vale a dire risponde alle sue vocazioni e alle sue doti. Partendo dalle motivazioni è pertanto doveroso, se si vuole assicurare benessere, dare al soggetto l'opportunità di esprimerle in un contesto e in una serie di attività coerenti. Molte persone non si rendono conto di maltrattare il proprio compagno eterospecifico attraverso coccole, carezze e cibo, mettendolo sotto una campana di vetro e lasciandolo nell'inanizione espressiva. Come ho già scritto, antropomorfizzare non significa viziare ma maltrattare un eterospecifico. Quando poi ci rivolgiamo al cane - un animale per natura desideroso di operare e di collaborare - ecco che il pietismo diventa la forma più subdola di maltrattamento. Per un cane le coccole e le affettuosità rappresentano preliminari, utili per concertarsi, ma poi l'espressione gratificante e appagante sta in un non detto a parole che tuttavia è esplicito negli occhi del cane: "bene, ma allora... cosa facciamo?". Se non capiamo questo non comprendiamo il perché di gravi stati di disagio nell'apparente opulenza del quotidiano o il rischio di quelle derive comportamentali (che io evito di stigmatizzare in patologie) che caratterizzano i cani non rispettati nel loro etogramma e nelle loro disposizioni attitudinali. Il welfare tradizionale non compensa tali mancanze anzi, più diamo welfare più il soggetto si aspetta di vedere esauditi i suoi desideri ovvero le sue espressioni motivazionali. Non mi stupisce pertanto che i cani che stanno meglio sono quelli che, pur nella fatica e negli stress, fanno attività e fanno quelle attività coerenti con il loro assetto attitudinale. E' necessario pertanto rivedere gran parte della lettura del benessere e dell'interpretazione degli stati di disagio o delle derive, allontanandoci da una cultura che nell'ideologia di una protezione antropomorfa in realtà nega il cane. Questo è ancor più vero nel gatto, che poche persone conoscono a fondo e pretendono di trattare come un peluche. Le coccole compulsive sul gatto sono una forma di tortura, così come l'incapacità di capire che per il gatto lo spazio espressivo e la possibilità di ricavarsi una propria dimensione, senza essere asfissiato di richieste affettive, è la vera garanzia di benessere. Fonte: www.siua.it
DAL WELFARE AL WELL BEING
"...Molte persone non si rendono conto di maltrattare il proprio compagno eterospecifico attraverso coccole, carezze e cibo..."
di Roberto Marchesini
Quando la Commissione Brambell fu chiamata a stendere delle coordinate di welfare animale in risposta alle giuste critiche che il libro di Ruth Harrison, "Animal Machine" (1964), aveva mosso in merito a come venivano trattati gli animali all'interno degli allevamenti intensivi - situazione che non era cambiata quando trent'anni dopo pubblicavo il mio saggio "Oltre il muro" - era ovviamente concentrata sulle prassi di stabulazione e gestione degli animali cosiddetti da reddito, in una logica non di mettere in discussione dette pratiche ma di migliorare le condizioni di vita degli animali negli allevamenti.
Per questo fu conseguente soffermarsi sulle necessità di base o "libertà fondamentali" che dovevano venir assicurate agli animali. Anche se i dettati del Brambell Report, pubblicato nel 1965, grazie all'intervento di esperti nel comportamento come W.H. Thorpe, non trovarono di fatto una traduzione, ciò nondimeno rappresentano per quegli anni una piccola rivoluzione, anche perchè tra le diverse libertà di ordine fisiologico s'inseriva specifico riferimento all'espressione delle caratteristiche etografiche. Purtroppo con il tempo si è andata consolidando l'idea che fosse sufficiente assicurare a un'animale uno stato di welfare (dieta sufficiente e adeguata, riparo da intemperie, assenza di stress o di malattie, libertà dalla sofferenza e dalla paura) per dare benessere ovvero che welfare e benessere fossero la stessa cosa. Se associamo tale lettura al pietismo zoofilo e all'antropomorfismo tipico della cultura urbana della seconda metà del Novecento, ecco che sinonimo di benessere è diventato assenza da qualunque sollecitazione problematica, in pratica una sorta di gabbia dorata all'interno della quale racchiudere l'eterospecifico.
Questo paradosso è stato peraltro peggiorato dall'approccio animalista degli anni '80 che, pur importante nella discussione degli "interessi animali" e nella proposta di assegnare all'eterospecifico lo status di "paziente morale", si è concentrato soprattutto su coordinate normative di astensione (cosa non bisognava fare) piuttosto che definire delle coordinate propriamente prescrittive (cosa bisognava fare) per assicurare il benessere animale. Si è consolidata pertanto l'idea che per assicurare il benessere fosse utile ed esaustivo liberare il soggetto dai carichi del vivere, ossia allontanarlo da qualunque condizione di stress. Ma così facendo ci dimentichiamo che il benessere si gioca su un punto di equilibrio dinamico (non omeostatico) tra entrate, in termini di gratificazioni e appagamenti, ed uscite, in termini di fatica, stress e quant'altro.
Dal momento che non è possibile azzerare nella vita di un individuo le uscite, giacché stress, frustrazioni e fatica fanno parte della vita, è evidente che privarlo di entrate significa che inevitabilmente, nel giro di poco tempo, il saldo va in perdita. Se fosse vero che basta togliere le uscite per assicurare benessere, una zebra dello zoo dovrebbe essere l'animale più felice di questa terra. Ha sempre cibo assicurato, può dissetarsi ad libitum, è libero da infezione e infestazioni, non si trova a sopportare sofferenza fisica o paura, elementi stressori sono, tutto sommato, pochi... tutte condizioni che in natura non potrebbe certo ritrovare. Se le cose stessero veramente così, mettendo ipoteticamente lo zoo in rapporto diretto con la savana, dovremmo aspettarci che tutte le zebre dalla savana si trasferiscano allo zoo. Viceversa, l'unica zebra dello zoo si dirigerebbe senza dubbio nella savana. Ciò significa che uno stato di welfare non compensa una mancanza di espressione delle coordinate specie specifiche. Una considerazione che era ben chiara anche ai primi etologi. Qualunque animale è disposto a sopportare fatica, stress, fluttuazioni emozionali e - mi azzardo a dire in tutta sincerità - anche un po' di sofferenza fisica, pur di vivere una vita piena, ovvero di poter raggiungere i target previsti dal suo assetto motivazionale (il concetto di gratificazione) e poter esprimere fino a sazietà (il concetto di appagamento) le sue coordinate motivazionali.
Ecco allora che l'analisi motivazionale - ossia l'inerenza, vale a dire ciò che è "proprio di quel soggetto" in relazione alla specie, alla razza e all'individuo - sta al centro di quel benessere animale proattivo (basato sul fare e non sull'astenersi dal fare) che viene chiamato well being e che, senza antropomorfismo, potremmo chiamare felicità di specie, ovvero ciò che qualunque soggetto caratterizzato da quei predicati naturalmente sceglierebbe di fare, perché è nella sua natura, vale a dire risponde alle sue vocazioni e alle sue doti. Partendo dalle motivazioni è pertanto doveroso, se si vuole assicurare benessere, dare al soggetto l'opportunità di esprimerle in un contesto e in una serie di attività coerenti. Molte persone non si rendono conto di maltrattare il proprio compagno eterospecifico attraverso coccole, carezze e cibo, mettendolo sotto una campana di vetro e lasciandolo nell'inanizione espressiva. Come ho già scritto, antropomorfizzare non significa viziare ma maltrattare un eterospecifico. Quando poi ci rivolgiamo al cane - un animale per natura desideroso di operare e di collaborare - ecco che il pietismo diventa la forma più subdola di maltrattamento. Per un cane le coccole e le affettuosità rappresentano preliminari, utili per concertarsi, ma poi l'espressione gratificante e appagante sta in un non detto a parole che tuttavia è esplicito negli occhi del cane: "bene, ma allora... cosa facciamo?". Se non capiamo questo non comprendiamo il perché di gravi stati di disagio nell'apparente opulenza del quotidiano o il rischio di quelle derive comportamentali (che io evito di stigmatizzare in patologie) che caratterizzano i cani non rispettati nel loro etogramma e nelle loro disposizioni attitudinali. Il welfare tradizionale non compensa tali mancanze anzi, più diamo welfare più il soggetto si aspetta di vedere esauditi i suoi desideri ovvero le sue espressioni motivazionali. Non mi stupisce pertanto che i cani che stanno meglio sono quelli che, pur nella fatica e negli stress, fanno attività e fanno quelle attività coerenti con il loro assetto attitudinale.
E' necessario pertanto rivedere gran parte della lettura del benessere e dell'interpretazione degli stati di disagio o delle derive, allontanandoci da una cultura che nell'ideologia di una protezione antropomorfa in realtà nega il cane.
Questo è ancor più vero nel gatto, che poche persone conoscono a fondo e pretendono di trattare come un peluche. Le coccole compulsive sul gatto sono una forma di tortura, così come l'incapacità di capire che per il gatto lo spazio espressivo e la possibilità di ricavarsi una propria dimensione, senza essere asfissiato di richieste affettive, è la vera garanzia di benessere.
Fonte: www.siua.it
domenica 25 maggio 2014
LA FELICITA' DEL CANE
di Roberto Marchesini
Esiste la felicità nei nostri amici a quattro zampe?
Può sembrare una domanda banale o carica di umanizzazione, pertanto per qualcuno si tratta di un quesito inutile, mentre per altri una domanda mal posta. In entrambi i casi si presume che la felicità sia uno stato che ha a che fare con la piena realizzazione delle proprie aspettative, per cui chi tende a ridurre le differenze tra l’uomo e le altre specie l’ammetterà come scontata, chi viceversa ci tiene a rimarcare le peculiarità dell’essere umano la rigetterà con forza.
A mio parere la felicità ha poco da spartire con le aspettative e questo peraltro vale anche per l’essere umano che molto spesso si illude di trovare la felicità nei propri sogni per essere poi puntualmente deluso e smentito. Più prosaicamente ritengo la felicità come una sensazione di pienezza o di totale rispondenza tra quello che si è, dal punto di vista della propria natura, e quello che si sta vivendo. La felicità in questa prospettiva riguarda la possibilità di esprimere in pienezza e senza riserve la propria autenticità e di ritrovare nel mondo quelle occasioni che il proprio etogramma prevede.
Felice è un gatto che può rincorrere topi e lucertole in un prato, un labrador che può lanciarsi in un’ansa di un fiume, un rottweiler mentre fa il gioco del tira-molla… insomma è felice perché e nella misura in cui può esprimere la sua natura più profonda. Ecco allora che seguendo questa interpretazione, tutta etologica, ci rendiamo conto di quanto limitativa sia la nostra visione di benessere tutta incentrata sui bisogni fisiologici, sulla cura e sulle attenzioni parentali, sul legame affettivo, sulla visione distraente del gioco. C’è molto più antropomorfismo in questa negazione della felicità di quanto ci sarebbe nell’ammettere in modo semplice e diretto che ogni animale e, nel caso del cane, ogni razza si aspetta dalla vita non di rimanere sotto una campana dorata di welfare e di coccole, non di restare nel dolce far niente di un nido caldo, perennemente legato in uno stato di attaccamento permanente a una base sicura, bensì di poter esprimere le proprie motivazioni, vale a dire di tradurre in azioni e in attività la propria natura.
Molte alterazioni comportamentali che con estrema facilità vengono attribuite a disturbi psicologici in realtà altro non sono che tentativi disperati dei nostri quattrozampe di ritrovare una qualche foma di coerenza tra ciò che sentono e ciò che possono esprimere. Una cattiva abitudine del nostro tempo, oltre alla facilità con cui gli animali vengono umanizzati, è la negazione sistematica della loro natura. Si vorrebbe trasformarli in peluche privi di qualunque forma di espressione di specie o di razza, quasi denaturati, in un perimetro espressivo che nega loro qualunque comportamento che non sia l’espressione affettiva (il darci affetto) o quella et-epimeletica (il comportarsi da cuccioli bisognosi di cure). I gatti vengono forzati a una vita casalinga priva di qualunque stimolo che abbia a che fare con le loro motivazioni esplorativa, predatoria, atletica, dove le uniche attività permesse sono mangiare, dormire e fare le coccole. Anche il gatto più affettuoso dopo un po’ di carezze e di costrizione diventa irritabile, ma questo viene considerato un inaccettabile sintomo di egoismo ed espressione di tradimento affettivo. “Come? Io ti do da mangiare queste prelibatezze e ti accudisco come un bambino e tu mi sfuggi o addirittura mi graffi?”. Un gran numero di gatti è perciò obeso e depresso, mentre la propria felinità è compressa in tutti i modi. I cani non se la passano meglio. Non accettiamo che annusino quei meravigliosi angoli luridi della città, che per loro sono attraenti come per noi le vetrine di Natale. Mai e poi mai che si permetta loro una bella passeggiata libera in un bosco o in un lungofiume
Nessuno si preoccupa delle attitudini di razza, con il risultato che desideriamo che tutti i cani abbiano lo stesso profilo – animale da compagnia o d’affezione, due modi di dire che nascondono la forma più subdola di strumentalizzazione – con il risultato che il loro livello di infelicità è assai più rilevante dei loro colleghi impegnati in attività anche estremamente faticose. No, la felicità è un argomento che deve tornare nelle nostre discussioni perché se esiste un diritto naturale questo non può essere che quello di poter esprimere la propria natura.
Fonte: www.siua.it
sabato 24 maggio 2014
ciao a tutti,purtroppo ieri sera per un altro cagnolino si sono aperte le porte del canile.abbiamo cercato fino all'ultimo una soluzione,uno stallo ma nessuno voleva o poteva portarlo con se.era molto smarrito,il problema è che stava in stazione e stava tranquillamente sui binari.è stato spostato piu volte ma lui tendeva a tornare sempre li come se avesse qualche cosa a che fare con un treno.chissà qual'è la sua triste storia.dovremmo riuscire a spostarlo in una pensione a pagamento ma comunque sempre rinchiuso e mi rattrista il cuore
venerdì 23 maggio 2014
giovedì 22 maggio 2014
è poco piu di un anno che mi sono trasferito qui al sud e ho certamente notato le differenze dei canili tra nord e sud.non che non ce ne siano in pessime condizioni anche al nord ma qui ce ne sono veramente tanti che chiamarli canili è una parola fuori luogo.il punto è che qui quando un cane ci entra è quasi praticamente condannato a vivere il resto della sua esistenza in una gabbia.perchè sto dicendo questo???per tornare al mio discorso iniziale,a volte si insiste tanto per rinchiudere un randagio pensando che almeno li mangia e non rischia di essere investito,che tanto troverà adozione e poi finisce nel dimenticatoio.allora mi domando,è veramente necessario rinchiuderlo dietro le sbarre????e guardare tutti i giorni i suoi occhi tristi????vedere come si arrendono sconsolati????
ciao a tutti,sono un volontario OIPA Andria(bt).ho aperto questo blog per parlare di randagismo e vorrei per una volta schierarmi dalla loro parte.penso che noi continuamo a decidere per loro ma non sempre vogliono per forza una casa,un padrone,un giardino,una cuccia calda.a volte stanno bene dove sono,la loro vita randagia gli piace cosi com'è.si fanno i loro giri,sanno dove mangiare,dove dormire e non vogliono cambiarla per niente al mondo.
su questo blog potete esprimere la vostra opinione in merito,ovviamente con rispetto delle opinioni altrui e possiamo discutere di tutto quello che avete da dire.
spero di avere partecipazione per questo cosi tanto grave e discusso argomento.
a presto
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